La recensione di Ninfa Contigiani
Nel presentare il memoriale del padre [Mario Fattorini, Guerra ai nazisti. Il racconto di un patriota chiamato “Verdi”, Il Labirinto, Macerata 2004] il partigiano “Verdi”, Mario Fattorini, appunto, che ha rappresentato a Macerata il CLN, la figlia Agnese che avverte di non essere voluta intervenire nel suo scritto, riporta le stesse parole con cui il padre presenta la motivazione che lo ha ispirato in quello sforzo. Ella chiede, così, al lettore che si è incuriosito dei racconti paterni, di metterci anzitutto il cuore, e solo poi, anche l’interesse storico. Perché “l’esposizione mancante di quel sapere che si ottiene dall’istruzione – scriveva Fattorini stesso – ma che io non ho potuto acquisire, sarà senz’altro manchevole della forma e in altri particolari che chi è abituato a scrivere supera con naturalezza. Ciò che posso però garantire nella maniera più assoluta è la sincerità dell’esposizione, la verità di quanto riportato, l’onestà che si basa su un patriottismo che porta ad amare la patria più di se stessi”.
In questa dichiarazione si trova il desiderio e la ferma e determinata volontà di chi, come Fattorini, ci ha voluto far partecipi dei motivi che li hanno spinti a difendere le nostre libertà. Così, tra le pieghe del suo discorso, pure se non intenzionalmente, Fattorini lascia emergere come egli sia stato contemporaneamente figlio e padre dell’idea che sapere rende liberi, e che per questo l’istruzione è un diritto che va garantito perché prima di tutto ci rende pienamente umani.
E non è certo un caso se è proprio dopo il secondo dopoguerra che il lungo cammino dell’istruzione a tutti, e quindi finalmente anche a tutte le donne, termina nella limpidezza dell’art. 34 della nostra Costituzione che dichiara:
“La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”.
Solo poco prima non era affatto scontato. Lasciata da parte la situazione dell’istruzione in tempi molto lontani e rimanendo in Europa e in Italia, nel secolo XIX, essa è di una realtà sconfortante in generale, ma in particolar modo per le donne.
Nonostante gli ideali dell’illuminismo e i buoni propositi della rivoluzione francese, che almeno a livello di principio colsero nel diritto ad una istruzione di base diffusa “la base della felicità delle nazioni” o uno dei pilastri fondamenti della vagheggiata uguaglianza, ancora a metà dell’Ottocento, metà della popolazione europea non sapeva leggere né scrivere.
Si trattava della popolazione adulta, che significava uomini e donne, ma anche di un livello di istruzione talmente minimale che non garantiva affatto una buona capacità di leggere e spesso, nemmeno un a buona capacità di comprensione di ciò che veniva letto. Peraltro, tutto ciò poteva significare giusto la capacità di apporre la propria firma – magari in occasione del proprio matrimonio, o di qualche coinvolgimento giudiziario – anziché crociassegnare gli atti con una pratica invalsa per secoli.
La situazione non è diversa in Italia, dove già allora si delineavano alcune delle diversità strutturali che hanno caratterizzato le nostre regioni tanto che, mentre il tasso di analfabetismo della Liguria e del Piemonte erano di circa il 61%, quello della Sardegna si alzava vertiginosamente verso il 92%, con percentuali mediane tra queste due nelle regioni del centro.
Questi dati generici dovrebbero essere specificati dai mille diversi elementi che hanno influito sui tassi di alfabetizzazione e che si ritrovano nelle pieghe del libro presentato. Per esempio l’elemento geografico, che ci sorprende quando scopriamo che proprio nelle zone di montagna, immaginate più chiuse e isolate, verifichiamo un tasso di alfabetizzazione alto dovuto al bisogno di comunicare con i propri emigrati; quello religioso che ha nettamente distinto le aree cattoliche da quelle protestanti, dove la pratica della lettura individuale della Bibbia ha potenziato e diffuso l’apprendimento dell’alfabeto; quello più strettamente politico, perché spesso gli spiriti del conservatorismo europeo dell’altro secolo hanno pensato “il bene della società non richiedesse altro che di dare alla gente le solo le conoscenze strettamente necessarie alle loro occupazioni quotidiane”.
Inoltre, ultimo, ma non per importanza, proprio l’elemento di genere, che congiunto a questa ispirazione di fondo ha giustificato l’ambiguità tra educazione e istruzione come segno caratteristico del sapere ‘concesso’ alle donne per un tempo lunghissimo.
Proprio questa ipocrisia perpetrata a danno delle donne dalle classi dirigenti maschili è svelata con efficacia dalla prof.ssa Palombarini nel testo che chiarisce in modo incontrovertibile e netto come nei documenti che parlano di ‘scuole femminili’ bisogna invece leggere ‘istituti di educazione ai lavori donneschi’. Veri e propri istituti di educazione religiosa e di disciplinamento per quelle donne cui era toccato in sorte di essere parte degli emarginati della società ottocentesca per mille motivi, ovvero le c.d. ‘pericolanti’, le esposte, le orfane. Donne tutte accomunate dall’assenza di un uomo tutore del loro onore e della loro virtù sessuale.
Sorprende allora scoprire che alle donne si insegnava a leggere ma mai quasi mai a scrivere, perché leggere serviva alle pratiche religiose e a conoscere il catechismo, mentre scrivere poteva consentir loro di ‘alzare lo sguardo’ e lasciarsi andare a scrivere bigliettini amorosi che avrebbero messo a rischio sia la loro virtù sia l’onore dei loro tutori maschi (il padre, o il marito che fossero). Al contrario, meno inaspettato è giunto il dato sul divario che c’era nella diversità sociale delle donne. Infatti, di fronte alla migliore e ‘vera’ istruzione riscontrata tra le aristocratiche e le cittadine rispetto alle donne povere e di campagna, stava l’eccezione delle suore a cui si concedeva, spesso, anche la scrittura.
Questa la stridente realtà dell’istruzione femminile che la storiografia degli ultimi anni ha messo in luce.
Ed è questo il motivo per cui la Commissione delle Pari Opportunità provinciale si è mossa per portare creare un ulteriore spazio di scoperta e di dibattito rispetto al cammino del diritto all’istruzione, in particolare delle donne, che hanno veramente faticato anche solo ad ‘apparire’ sullo scenario della storia come soggetti protagonisti.
Perché non è poi da molto tempo che la storiografia sociale si dedica anche a loro e perché la consapevolezza diffusa di certe conquiste che le donne hanno raggiunto (penso, ovviamente, ai risultati di incivilimento generale della società che le battaglie per i diritti delle donne hanno raggiunto negli anni ’70) ci è parsa labile, se non addirittura persa nelle nuove generazioni che anche per questo, senza accorgersene, ridiventano – in un altro senso – analfabete di ritorno.
L’istruzione è, infatti, certamente un diritto individuale, un diritto della persona che deve avere garantiti gli strumenti essenziali alla propria realizzazione, ma l’istruzione è anche una ‘utilità sociale’, perché oramai dalla rivoluzione industriale lo sviluppo economico dei nostri paesi è segnato da un certo grado di conoscenza diffusa di cui non è possibile fare a meno, neanche nella fase odierna segnata dal sapere specializzato.
Forse è anche per questo che gradualmente gli uomini si sono trovati a dover pensare ad una istruzione alle donne dello stesso grado e qualità di quella maschile, e forse è per questo che c’è da ben sperare che le donne arriveranno in tempi, neanche tanto lunghi, in tutti quei luoghi sociali da cui ancora oggi sono ‘sostanzialmente’ escluse…
Un po’ perché l’economia e lo sviluppo globale non può fare a meno di metà dell’intelligenza del mondo, un po’ perché tutte noi siamo qui ben presenti a lavorare nell’idea che i diritti si conquistano, ma si possono anche perdere, se non li si fa diventare parti integranti della mentalità collettiva.
Ninfa Contigiani
Ricercatrice universitaria di storia del diritto medievale e moderno
Facoltà di Lettere dell'Università di Macerata